Io all’Expo non ci sono andata.

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expo_il_superfluoIo non sono andata all’Expo. E sì, son di Milano. MilanoMilano. Andarci non mi sarebbe costato molto e, forse, all’inizio il buon proposito l’ho anche avuto.

Ma mi ci è voluto poco per lasciarlo andare. Flebile, così com’era giunto m’ha abbandonata. Fra le cause principali lo stupore di troppi interlocutori quando, man mano che l’esposizione universale avanzava, dichiaravo con candore di non esserci ancora stata. “Ma come”, mi son sentita rispondere sempre: “sei anche di Milano!”. Embeh?

Così ho cominciato a provare antipatia per l’evento, un’antipatia viscerale. Tipo quella che ho per il resto da 1 cent che mi danno al Supermercato. Sovente la voglia sarebbe quella di lasciarlo alla cassiera, ma poi penso che son pur sempre soldi e il retaggio colpevolista secondo il quale ci sono i bambini che muoiono di fame me lo fa depositare nel sacchetto riciclabile insieme alla spesa nella speranza che quest’ultimo inutile e puzzolente contenitore si rompa, come accade il più delle volte, dunque mi liberi del bronzino. E del senso di colpa.

In ogni caso, tornando a Expo. Dicevo: il primo motivo per il quale ho sepolto l’idea, debole, di andarci è stato lo sconcerto dell’interlocutore medio, incredulo davanti alla mia dichiarata pigrizia. Ho iniziato a compiacermi delle mie risposte, sempre più antipatiche. Ho capito che non ci sarei andata. Mai.

Il secondo è proporzionale a quanto ne hanno parlato. Hanno cominciato a menarcela che a Palazzo Marino c’era ancora Letizia, non la smetteranno nemmeno dopo Pisapia.

Poi c’è l’albero della vita. L’ho visto così spesso sui social network altrui che ho finito per convincermi di averlo visto veramente. Mi ha stufata ancora prima di stufarmi. Stesso discorso si potrebbe fare sul Duomo o i grandi monumenti, anch’essi abusatissimi a mezzo social ok, ma diciamocelo: l’albero della vita è più un’odierna cacata alta 37 metri che s’illumina (Marco Balich, perdonami).

Ok, avrei almeno potuto andarci per il cibo. Giacché a me magnare piace parecchio. Ma di ristoranti buoni ne conosco tanti e non sono riuscita a cogliere il plus di dover andare fin lì per assaggiare cose certamente squisite ma per le quali mi veniva richiesta uno sbattimento più che direttamente proporzionale.

Infine: la gente. Mi dispiace. Ma io la gente la mal tollero. Mi spiego: adoro conoscere persone nuove, sentire racconti, ascoltare esperienze. Mi affascina. Ma l’agglomerato mi provoca la nausea. Giuro. Per non parlare delle code. Per quelle passo direttamente agli attacchi di panico. E divento cattiva. Molto cattiva. Già perché sfogo tutta la mia impotenza sugli altri, gli sventurati avventori che, impotenti come me, affrontano serpentine interminabili, ma col sorriso sulla bocca. Li osservo: parto dalle scarpe, salgo ai pantaloni, colore, risvolto, quando arrivo all’altezza della cintura e intravedo un marsupio mi vengono le vertigini. E devo andarmene. Per forza.

Perciò no, non sono andata all’Expo. E ora che è finito posso finalmente scriverlo, senza doverci ripensare.

E poi, a contrario vostro, potrò sempre raccontare di quella volta che non ci sono andata.

admin

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