Trent’anni.

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vecchia_che_fumaDomani compio 30 anni. Che non sono tanti -ma diciamocelo- nemmeno pochi. Ho passato 30 anni a immaginare i miei 30 anni. E ora sono qui. Nuovi di zecca. 30 anni per un anno.

Allora: avevo iniziato a sospettare di essere diventata grande quando mi sono sposata, pochissimi mesi fa. Ma anche, qualche mese prima, quando avevo dovuto occuparmi della manutenzione annuale della caldaia. Sì, avevo proprio pensato: “miseria, quando arrivi a doverti occupare della manutenzione della caldaia sei fottuto”.

Il mio stato di consapevolezza si è acuito pochi giorni orsono quando ho avuto le prime beghe con l’Inpgi (che per chi non lo sapesse è la cassa previdenziale dei giornalisti). Per farvela breve ho 30 anni e zero prospettiva di pensione. Niente male.

I miei 30 anni. Li sento vivi e leggeri. E anche leggiadri. Nonostante io non sia particolarmente aggraziata, loro lo sono. I miei 30 anni. Li sento incalzanti e incazzati. E ossimoricamente immaturi: ho ancora paura del buio, mi sbellico dalle risate a parlare di “cacca” (mi bullo di conoscere l’Inno del corpo sciolto tutto a memoria e quando bevo troppo vino lo interpreto come nessuno), dormo con un pappagallo di peluche di nome Paco a cui mio marito spezzerebbe le ali e adoro il Galak.

Ho 30 anni. Cosa ho imparato? Che non si finisce mai di imparare (l’altro giorno ho scoperto con stupore che le gonadi non sono solo i testicoli, ma si riferiscono anche alle ovaie, ad esempio). Che i detti sono veri: una rondine col cazzo che fa primavera, l’amore è eterno solo finché dura, le mezze stagioni figurarsi se esistono, nessuno nasce imparato e se nasci tondo, certamente, non morirai quadrato. Quanta saggezza. Ho imparato che avevano ragione i Neri per caso: “si può amare da morire, ma morire d’amore no”. Che la vita passa in fretta, che ti ama se la ami, che uno dei migliori investimenti che puoi fare è quello sulla carta igienica che scegli. Che il bidet è segno di civiltà, che le donne sono stronze, ma se trovi quelle giuste non c’è amico che tenga. Che la rinazina fa male, e pure il Dietor e le canne. Ho capito un sacco di cose, insomma, talmente tante che non posso elencarle tutte.

A 4 anni iniziavo l’asilo, a 6 -quasi sette- le elementari. Un anno di ritardo grazie al mio occhio destro: lui è strabico, poverino. Ciò ha implicato un’infanzia passata col cerotto sugli occhi a dovermi difendere dal bullismo degli omologati che sfottevano il mio occhio destro. Diverso. Botte da orbi, fiumi di parolacce: li ho messi tutti a posto. Alle medie ero, dunque, pronta per il martirio adolescenziale. Me la sono cavata alla grande, nonostante ciccia, menarca e brufoli. Poi il liceo. Ah, che goduria: molte delle mie più care amiche vengono da lì e poi, non ho mai limonato tanto -e con tanto gusto- come ho limonato al liceo. A 19 anni (uno in ritardo, retaggio dello strabismo semi- scomparso) ho iniziato l’Università. Poi la scuola di giornalismo, l’esame di Stato (a cui mi hanno anche segata al primo colpo), innumerevoli stage, qualche lavoretto, altrettanti fidanzati. Ora ho 30 anni (me lo ripeto per abituarmi). In 30 anni ho fatto un sacco di cose.

I 29 precedenti li ho passati a immaginarli. Le previsioni non combaciano esattamente con la realtà. Ma la realtà è molto bella. Sono stata brava.

Ora vado a vivermi questi 30 anni. E quando ne compio 40 vi racconto come sono stati.

Tanti auguri a me.

 

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