La classe non è acqua. Ma nemmeno champagne

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Champagne_distributore_il superfluoLa classe non è acqua. Ma nemmeno champagne. Per dirla sempre a suon di comunissimi luoghi, se i soldi non fanno la felicità, figuriamoci il buongusto.

Premetto questo poiché ieri uno degli episodi più kitsch che ai miei occhi sia stato dato di osservare, ha travolto la mia sensibilità con tale violenza che non posso non condividerlo con voi.

Allora: Frecciarossa Roma-Milano delle 16.30. Che doveva essere quello delle 16, ma lo scroscio pomeridiano che ha infradiciato la Capitale ieri, ci ha travolti (me e la mia metà) senza alcun riguardo. Dicevo, cambio biglietto e ci posizioniamo su quello delle 16.30. In prima classe, visto che in seconda, dove l’avevamo prenotato, non c’era più posto. Mi lascio andare ad un primo mal celato fremito di godimento pensando ai sedili più larghi, lunghi e apparentemente puliti su cui avrei posato le mie natiche, nonostante per questo avessimo appena dovuto omaggiare Trenitalia di 60 euro.

Saliamo. Le mie orecchie vengono prontamente violentate dallo sterilissimo e ridanciano chiacchiericcio di un gruppo di comari di mezza età (tre teste su quattro tinte di rosso menopausa) sedute subito dietro di noi. Le odio. Nel vero senso del termine. Davanti due bambine si confrontano a voce troppo alta su valore e beltà delle rispettive Barbie. Abbozzo. E mi lancio nella mia lettura super impegnata (ve lo giuro). Fino a Bologna.

Lì, mentre la mia pazienza stava per sparire definitivamente, e stavo dunque meditando di tappare con violenza il naso a una delle vecchie dietro di me, così da inibirne respirazione e chiacchiericcio, sale una coppia decisamente pittoresca. Lui abbronzato che nemmeno dopo 2 anni di sole ininterrotto alle Maldive. Avvolto da una nuvola di profumo da casa di piacere. In doppiopetto. Sul Frecciarossa. Alle 19. Lei giovane e caruccia, decisamente più giovane e caruccia di lui, slanciata da tacchi più inadatti al Frecciarossa delle 19 del doppiopetto del compagno, sfoggia un libro e un orologio (orrendo) divorato di diamanti. L’abbronzato si attacca al telefono. Grida. Chiede all’892424 il numero dell’Hotel Armani di Milano per farsi mandare un autista. Detta alla compagna il recapito di “Giu-sep-pe”. Poi spalma sulle orecchie di tutti i presenti, tra il divertito e l’infastidito, la propria identità. Ovviamente curiosiamo su Google. Pare essere un famoso imprenditore di cui sono specificati persino gli averi. Parecchi.

Il mio livello di ilarità straborda, mentre lui si compiace, sempre ad altissima voce, dell’efficienza del servizio dell’Hotel Armani. Illustra alla ragazza, evidentemente straniera, la magnificenza di Milano, con aria gongolante da Cicerone.

Poi, ad un tratto l’ilarità mi abbandona in favore di una gran pena. Ho immaginato lui, così ricco, burino e avvizzito, fra le gambe di lei, così giovane, fresca e posata. Finalmente il treno è entrato in Stazione. Scendendo abbiamo incrociato Giu-sep-pe che, munito di cartello, attendeva ansioso l’opulenta coppia. E mentre pensavo che, forse, non avrei mai più messo alluce all’Hotel Armani, mi ripetevo che se la classe non è acqua, non è certamente nemmeno champagne. 

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