Maturità. Ecco i miei (pochi) ricordi.

Maturità_2017_Il_SuperfluoSinceramente della mia maturità non è che mi ricordi troppo. Giusto che di matematica, materia per me dannatamente incomprensibile (tutt’ora non so fare le divisioni a due cifre), non sapevo nulla. Per quanto la riguarda avevo ceduto all’ignavia almeno due anni prima, rifiutandomi deliberatamente di apprenderla, dunque ostinandomi a limitare l’esistenza di seno e coseno a parti fisiche del corpo femminile. Delle funzioni (effe di ics, per intenderci), manco ve lo dico. Ma comunque. Non mi ricordo molto della maturità, se non che mi fottevo di paura, nonostante il mio fosse un rendimento onesto, orientato per il lustro intero su un buon 7. Di media. L’unica cosa che non temevo e anzi, mi esaltava, era il tema.

Della mia maturità ricordo la notte prima del suo inizio. Col solito Venditti a manetta, a colonna sonora di quell’esame che sembra l’ultimo di una vita e invece è solamente il primo. La vera ficata della maturità è proprio la notte prima: un casino di emozioni e paure destinate a fare un pezzo di storia. La tua. Mica scemo Antonello. Io l’ho passata nel lettone dei miei genitori (che se n’erano giustamente andati mare) con due amiche. Una me la trascino accanto tutt’oggi. L’altra l’ho volutamente persa, per motivi che non sto a raccontarvi.

Avevo un gattone grasso e bellissimo. Romeo. Morto a pochi giorni dall’inizio delle prove. Fu uno dei dolori più profondi mai provati, mitigato dall’angoscia per l’esame incombente. Grazie al cielo.

Ai tempi soffrivo di colite acuta. “Somatizzi”, mi dicevano. “Me cojoni”, pensavo. Per dirvela cruda e nuda: me la facevo addosso, con dolori estenuanti e senza nessun preavviso. Anche per questo al quart’anno di liceo un amico del cuore mi soprannominò: “pausa merda”. Stavo talmente male al ritorno di una gita scolastica a base di canne, Baileys (amore antico, dovuto abbandonare per eccesso di consumo), wurstel e Nutella che dovetti liberarmi in tangenziale alla presenza di un pullman intero in delirio di appalusi e risate). E quindi: vi lascio immaginare come trascorsero i giorni improbabili che mi portarono verso quella maturità che, a dirla tutta, in termini personali, non è che sia mai davvero arrivata.

Insomma: alla fine presi 80. Su 100. Fu il tema a salvarmi. Ricordo che all’orale mi chiesero la tettonica a zolle. Ancora non l’ho capita.

Alla fine del colloquio mi restituirono le prove scritte. La mia professoressa d’italiano (che all’epoca doveva avere su per giù la mia età di adesso e a ma sembrava sul viale del tramonto) mi disse: “Non abbandonare la scrittura. Potresti fare la giornalista, tu”.

In bocca al lupo a tutti i maturandi. Con un pizzico di invidia nostalgica per le scelte che devono ancora fare, le opportunità che possono ancora cogliere e gli schiaffi in faccia che devono ancora prendere.