Jovanotti, in America sono il “Signor nessuno”

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JovanottiSono settimane ormai che leggo dello sbarco in America di Jovanotti, al secolo Lorenzo Cherubini. Si, quello che quando eravamo piccoli noi nati negli anni ’80, i grandi ci dicevano che era un coglioncello che faceva musica demenziale conciato come un cretino con la visiera del cappellino all’indietro, quando andava bene. Di lato, quando andava male.

Ogni volta che, nelle ultime settimane, ho letto delle sue performance a stelle e strisce, mi sono sempre trovata positivamente perplessa, cercando di capire il suo, seppur provvisorio, trasferimento. Tipo: “Ammazza che fico, in un momento di morte della musica italiana questo vola in America (!) a farsi sentire”. Oppure: “Puttana eva che coraggio, lo andranno ad ascoltare più che altro gli “italiani all’estero”. Che fino ad ora avevo contemplato solo come utili elettori. O, ancora: “Si sarà rotto i maroni anche lui di questo paese dove ormai il potere se sta a magnà pure se stesso e prova a migrare per non essere inghiottito dalla mediocrità italiota”.

Poi, questa mattina, accendo il computer, apro come sempre Facebook per farmi la consueta dose di cazzi del mondo e fra i tanti post leggo ”Jovanotti: Odissea a New York”. Stai a vedere che pure a lui gli gira male, penso. E invece. Una bella intervista di Piero Negri, gran giornalista musicale de “La Stampa”, a Lorenzo nostro, dopo il concerto al Terminal 5 della grande mela mi regala il famoso barlume di speranza. Quando pure il Buongiorno di Gramellini mi aveva lasciata, per oggi, a bocca asciutta. “Sto girando l’America vera, suono in posti come Denver, Minneapolis, Austin, Orlando e mi sento come Gulliver nel capitolo in cui finisce nel Paese dei giganti. Solo che qui il gigante è il Paese stesso, l’America. Ci stiamo guardando negli occhi: non sono sicuro che il gigante si sia accorto di me, ma io certamente mi sono accorto di lui”, racconta il cantante.  E ancora: “mi chiamano Iovanotti, con la I: devo spiegare che mi ero ribattezzato Jovanotti, anzi, Joe Vanotti, per suonare più americano. Una bella beffa, dopo 25 anni. Così mi presento come Mister Nobody, il signor Nessuno». Il signor Nessuno? Lui? E, meglio ancora, quando Piero Negri a questo punto gli domanda: umiltà? Quello risponde: «No, no, è l’Odissea. Sono quel che sono, sono Ulisse al cospetto di Polifemo. Sono uno che alla fine tornerà a casa, anche se ci dovesse mettere una vita, e che sa bene che quello è il bello, viaggiare. Dopo 25 anni, appunto, sento di aver scritto la mia Iliade, ora ci vuole un’Odissea”.

Adesso lo so: ho definitivamente capito ascesa e successo di uno che, nato bersagliato da intellettuali e benpensanti, con la semplicità senza pretese di un “gimmifaiv”, li ha fottuti tutti. Allora come adesso. Intellettuali e benpensanti compresi.

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Eccola qui, “Gimme five”!

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