L’”Incanto” di Tiziano Ferro. San Siro, emozioni e considerazioni sparse: la non recensione del concerto.

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Premessa: questa NON è una recensione.

Tiziano_Ferro_Il_Superfluo

Tiziano Ferro, San Siro, 19 giugno 2017

Sono stata due volte in una settimana a vedere Tiziano Ferro. La seconda ieri sera a S.Siro. In ordine sparso, e a titolo di spettatrice infatuata tipo adolescente alle prese col Topexan (esiste ancora?) più che di giornalista, ecco le mie considerazioni. Ho avuto i brividi per due ore buone. Anche perché a S.Siro ero con i miei amici e un’emozione condivisa diventa una libidine. Ho visto gente gridare e commuoversi e scatenarsi. Limonare. Ho notato anche una tizia che faceva un face time con il cane. Ho ripetuto 100 volte alle mie compari “ma quanto è figo, guarda le occhiaie”. Sono tornata indietro di troppi anni con “Non me lo so spiegare” quando, con una delle amiche più care che ho, la lasciammo in loop per una notte intera, convinte che nel sonno l’avremmo assorbita meglio (che adolescenza infame, direte voi). Mi sono commossa fino alle lacrime perché “Per dirti ciao” ci vuole coraggio. Ho stretto i pugni cantando “La Fine”. Mi sono innamorata di Tiziano per come ha interpretato Tenco. E mi sono convinta che, in fondo, “Il conforto” è strabella anche senza Carmen Consoli. Ho saltato scomposta perché “Lo Stadio”, che è più che altro marketing, a me mi gasa. E a S.Siro di più. Mi sono sgolata a gridare che “l’estate è tornata e chiede di te”, perché l’estate è tornata davvero e anche questo mi gasa. E pure “ti do questa notizia in conclusione, notizia è l’anagramma del mio nome” che è una frase che di per sé, diciamolo, lascia un po’ a desiderare, ma io le voglio bene. Così come voglio bene a Tiziano nostro che ringrazio per le emozioni che, ancora, a distanza di un giorno, mi regalano un sorriso.

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