Cristiano De Andrè: “torno con un nuovo disco e mi libero del fantasma di mio padre”

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de-andre-questa-volta-figlio:Come in cielo così in guerra. Ecco il ritorno di Cristiano De Andrè, a 12 anni da Scaramante. Il nuovo disco, uscito il 2 aprile (Nuvole/Universal), si spiega fin dal titolo forte e un po’ amaro: “l’ho scelto contro le caste e le istituzioni che ci hanno presi in giro. Questo titolo racchiude quello che sto cercando di combattere, sperando che torni di moda l’onestà”, spiega Cristiano. Occhiali da sole e un filo di voce. La somiglianza col padre è così spiccata che a tratti confonde.

Dieci brani (nove inediti più la versione italiana di Le vent nous porterà, dei Noir Désir), crudi e diretti.

Spirito anarchico ereditato, Cristiano è alla ricerca di valori perduti, giustizia, di un mondo in cui smettere di vergognarsi della debolezza. Che per lui è forza.

Ciascun testo è curato fin nei particolari. Raffinato. L’idea è quella di combattere “con la mia musica, con quello che dico e penso. Con la forza della parola”, spiega. “Di nostalgico c’è quello che ci ha lasciato la rivoluzione culturale degli anni ’70. Quarantanni fa eravamo più intelligenti, poi è calato una sorta di oscurantismo in cui il denaro è diventato un valore invece che un mezzo. Finché non avremo il coraggio di guardarci dentro e coltivare i valori veri, non ci potremo salvare. Saremo sempre più arrabbiati e meno soddisfatti”.

Affresco perfetto di questa realtà deludente lo offre con Credici, invettiva contro un modello di società dominata dalla sotto-cultura mediatica (“Probabilmente se la De Filippi smettesse di fare le sue trasmissioni forse si uscirebbe da questa situazione”, ironizza).

Il disincanto esplode in amarezza nella Stanchezza, in cui si parla “dell’incomunicabilità in cui ci hanno trascinati la globalizzazione e il consumismo”. C’è spazio anche per dolersi delle ambizioni di plastica in cui sono piombate le figlie delle pari opportunità: La bambola della discarica, poesia scritta da Cristiano e Oliviero Malaspina con cui si chiude l’album, è l’amara descrizione di una generazione di giovani che si svendono alla rincorsa di facili traguardi. Anche se la prostituzione non è cosa nuova “ormai siamo ben oltre le puttane di cui parlava mio padre. Quelle avevano una dignità, allora ci si prostituiva per mangiare. Ora per comprarsi un paio di scarpe di Jimmy Choo o una borsa di Prada. Stiamo finendo tutti in discarica come quella bambola”. Unica via di scampo “avere il coraggio di guardarci dentro, smettere di delegare e agire, scegliendo quello che ci piace o almeno evitando quello che non ci piace. Fare scelte è importante. Così da provare fierezza nei propri confronti”.

Con Sangue del mio sangue e Il mio essere buono, Cristiano si tuffa anche in un’intima analisi che lo vede insieme padre, nella prima, e figlio, nella seconda. Così parla di sé stesso: “non ho avuto l’affidamento dei miei figli perché facevo un mestiere considerato poco stabile. Mia moglie era contro di me e mi ha tolto l’amore e la loro considerazione. Non ho potuto trasmettergli la poesia di mio padre e la mia”.  E anche di Fabrizio: “Il ruolo di padre è stato difficile per lui, ha avuto problemi di alcolismo, si è lasciato con mia madre, è andato a vivere a Milano. Io l’ho vissuto poco e mi è mancato molto. Ma nonostante tutti questi problemi mi ha insegnato bellezza e poesia”.

Adesso Cristiano è più positivo, quasi liberato. E si butta nel tour che lo attende (iniziato il 27 marzo): “Sono sempre più invogliato a scrivere. Più che mai ora che mi sono tolto certi fantasmi con De Andrè canta De Andrè (raccolta in cui interpreta l’ingombrante repertorio paterno, ndr). Ho preso il toro per le corna e l’ho affrontato. Ora mi sento più forte e non ho più quell’ombra che mi blocca. In questo album ho scritto molto e mi son sentito finalmente libero”.

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