Gabriele Lavia, sotto al mio teatro a Roma hanno ucciso Giulio Cesare

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Gabriele_Lavia«Andrò all’inferno per aver fatto cattivo teatro. So già che questa sarà la mia pena». Che se a dirlo fosse Moccia dei suoi libri, uno ci crederebbe anche. Invece a condannarsi così impietosamente, incredibile ma vero, è Gabriele Lavia. Uno dei più stimati attori e registi dei nostri tempi. Uno che non stupirebbe affatto trovarlo sul gradino di un podio insieme a Giorgio Strehler, per intenderci.

Ha appena compiuto settant’anni, nasce a Milano, ma vive nella capitale dove dirige il “Teatro di Roma“. Quindi il meraviglioso “Teatro Argentina“, che ne costituisce la prima sede, dal 1732. Ed è proprio lì che,pare, sia stato ammazzato niente popò di meno che Giulio Cesare.

Così abbiamo avuto un’ottima scusa per chiacchierare un po’ con il Maestro Lavia. Visto che pare abbia il tradimento più famoso della storia, praticamente sotto l’”ufficio”.

Ma subito rivela: «Noi questa cosa la sappiamo da tanti anni. Il teatro Argentina fu inaugurato proprio con il “Giulio Cesare” di Shakespeare, con la regia di Giorgio De Lullo, nel quale anch’io recitavo. Noi sapevamo che la scelta di De Lullo  non era casuale, perché proprio lì era stato ammazzato il vecchio Cesare. E la leggenda del teatro Argentina, non so se sia vero o falso, vuole che sia stato ucciso proprio sotto il palcoscenico».

Parla con calma Gabriele Lavia, scandisce le parole. Sa moltissime cose. Si intuisce la sua totale competenza in materia di teatro, che diventa saggezza parlando di vita. E quindi di morte.

E se tutto è destinato a morire, l’unico che potrà salvarsi è certamente il suo amato teatro. Parola sua. «Il teatro è immortale. “Thèatron” è la parola più antica del mondo. È più antica della parola Dio, perché Dio, quello nostro, della società occidentale ha 2012 anni. E il teatro è molto, molto più antico perché precedente a Eschilo. Nessuno sa esattamente quando sia nato ma, sicuramente, era uguale a come lo facciamo oggi: ci sono delle strane persone, gli attori, che fanno finta di essere altre davanti a persone che, guardando quelle rappresentate in palcoscenico, si riconoscono. O meno. E così incontrano se stessi», spiega. Invece il cinema e tutta un’altra cosa. «Ti porta altrove al tempo di un ventiquattresimo di secondo. Mentre il teatro ti mette esattamente lì dove tu sei.

Il cinema diverte, il teatro converte. Il cinema, come Internet e la televisione, verrà superato da una nuova invenzione, da una nuova “tékhne”. Ma il teatro non è tékhne, è una conversione, appunto. Per questo e immortale».

Sembra molto orgoglioso del suo lavoro, di cui non parla certo come tale: «Sogno che un giorno il “Teatro di Roma” si chiami: “Teatro di Roma – palcoscenico d’Occidente”. Con la “o” maiuscola perché occidente è un concetto filosofico che si è sparso in tutto il pianeta. In Africa non hanno da mangiare, ma hanno l’iPhone 5. Che verrà, come spiegavo, rimpiazzato dal 6. E butteranno il 5 nel cesso. Peccato che non abbiano il cesso».

Non ama tirare le somme, Gabriele Lavia. E se il teatro è indubbiamente cambiato da quando ha iniziato, cinquant’anni fa, non distrugge il presente col passato, come è prassi di molti malinconici fare. «Non guardo mai alle cose che ho fatto e ci penso raramente. Anche perché ciò che ho fatto in genere non mi piace. Quindi preferisco pensare alle cose che devo fare, anche se è chiaro che le cose che farò, le faro perché ne ho fatte altre prima, per cui non riesco a essere diverso da quello che sono. In fondo ho fatto sempre lo stesso spettacolo. Sono 50 anni che faccio la stessa cosa che si modifica lievemente, nella speranza, sempre delusa, che venga quella cosa che veramente mi soddisfi. Ho fatto spettacoli a cui avrei voluto dare fuoco, ma ormai è andata così».

Sembra che la figura di Cesare lo affascini molto, anche se non saprebbe ritrovarne uno dei tempi nostri. E non gli farebbe un monumento: «Preferirei non farne, perchè quando i moderni fanno dei monumenti, li fanno male. Per esempio quello fatto per il Papa alla stazione Termini, urla vendetta all’arte e soprattutto all’occhio del passante, è uno scandalo. Lo scultore sarà anche bravo, ma credo che non siamo capaci a fare i monumenti. Quindi non facciamoli».

 

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