Tre chiacchiere con Gianna Nannini, la rocker dall’animo punk-melodico (senza peli sulla lingua)

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intervista-gianna-nanniniRaggiungo Gianna Nannini in una mattinata di marzo ancora invernale: voce viva e graffiante. La sua. “Posso darLe del tu?”, domando. “Certo, sennò mi offendo”, si affretta a rispondere. È presa, manca poco all’inizio del tour che la vedrà in giro per il vecchio continente a promuovere il nuovo album, Inno, uscito il 15 gennaio per Sony Music. La chiacchierata è densa. Solo gli argomenti più “sensibili” e privati restano in un angolo. Per quelli, ha scelto di scrivere una canzone ad hoc: inclusa nel costo del biglietto, Baciami qui, è l’eloquente argomentazione rock in difesa di un relativismo stanco di essere indagato. E giudicato. Per il resto, nessuna reticenza: le sue risposte non smentiscono l’animo borchiato con qualche sfumatura punk. In versione melodica. 

Grinta da pantera per la nuova avventura che sta per iniziare. Questa volta con la piccola Penelope al seguito.

Come affronterai questo tour? 

«Con molta carica. Si parte con un motorhome, che non è un camper, ma una specie di casetta con le ruote con cui viaggeremo per tutta la tournée italiana. Saremo io, l’autista, la baby-sitter e la mia assistente».

Se c’è la baby-sitter, allora Penelope viene con te?

«Sì, certo: sono una madre rock. Mi vorrei vivere il grosso camper, farci da mangiare. Come dire: una vita nomade-rock».

Sei molto sportiva: ti stai allenando?

«Certo: faccio pilates e ho un personal-trainer. Voglio dare il massimo. Mi preparo come si fa con le macchine di Formula Uno».

Hai già detto che questo tour sarà “irresistibile” e molto rock. Puoi anticipare qualcosa di più?

«È evidente che la mia preparazione è cambiata: certi clichet del rock non mi interessano. Sto lavorando con una coreografa che fa su di me un lavoro di danza-teatro con il mio corpo. Quindi sviluppa nei miei gesti normali, quelli fatti spontaneamente, delle tecniche di improvvisazione da applicare poi sul palco. La grande novità sarà appunto questa: coreografare il mio corpo».

A proposito di danza-teatro. La dantesca “Dolente Pia” de’ Tolomei su cui costruisti un musical e un album, nel 2007, che fine ha fatto? Sarà in scaletta?

«La persona che detiene i diritti al momento è malata, per questo siamo fermi da un po’. Spero di rifarla presto: è la cosa più bella che ho fatto. Dopo Penelope, ovviamente».

Da sempre molte date dei tuoi tour sono all’estero: ci sono particolari differenze tra i pubblici e come cambia, se cambia, il tuo approccio?

«Siamo nati in un’epoca rock e siamo abituati a sentire cantare in inglese e andare ai concerti in inglese. Quando faccio date all’estero, la musica italiana diventa internazionale: il rock è un comune denominatore, va oltre la lingua di appartenenza. Cambia la reazione fisica: quando si conoscono le parole è meno scatenata, visto che canti a memoria. Quando uno non conosce il brano a memoria, si muove, segue la musica e lascia andare di più il corpo».

Confermi che parteciperai al serale di Amici?

«Sì, andrò ad Amici il 30 aprile».

Dunque sei una dei pochi che non condanna i talent-show?

«Andare come ospite non significa andare a partecipare. Se fossi nata oggi non so se lo farei, ma direi di no. Però i talent sono fra le poche trasmissioni in cui si può ancora far sentire la musica. Per raccontare il mio disco ho Amici e Fazio. Basta. Una volta c’erano trasmissioni come Fantastico o Canzonissima. Oggi non più».

Non trovi che abbiano appiattito un po’ la musica?

«A me la formula del talent non piace perché imita voci già esistenti e si basa sulle cover».

Per questo aiuti i giovani talenti, come Marco Mengoni, a venir fuori?

«Siamo un team di persone e lavoriamo proprio per dare spazio agli emergenti con talento, trovando quello stile musicale che deve avere il marchio doc italiano. Lo ripeto da mesi e vorrei diventasse una legge, perché sennò troviamo solo musica di merda in giro. Questi talent distruggono la creatività. Quello che voglio fare con i giovani talenti è tirare fuori quello che hanno, riuscire a comporre insieme a loro. Voglio che imparino come si scrive una canzone. Non come si imita».

Quanto conta la fortuna nel successo? Tu hai avuto quella di incontrare Mara Maionchi…

«Che non era un giudice, ma era peggio. Si emozionava se le piaceva una persona e poi ti aiutava a essere il massimo. È il mio talent-scout. Dopo di lei sono andata all’estero, dove ho conosciuto Connie Plank che mi ha instradata veramente sul rock che in Italia, ai tempi di Mara Maionchi, non c’era. C’era molto cantautorato».

Dunque è essenziale che qualcuno creda in te?

«Diciamo che finché non lo trovi, ci devi credere da solo. Quello che crede in te è il tramite con il pubblico. Ed è essenziale. Per anni mi sono ripetuta che ce la dovevo fare perché io mi piacevo, credevo che la mia voce avesse qualche cosa e volevo farlo sentire. Se nessuno ci crede, rimani lì da solo a farti le seghe».

L’Italia ha un tasso di natalità basso. Tu, nel tuo piccolo, hai contribuito a ad alzarlo, andando un po’ contro-tendenza…

«Assolutamente ho contribuito. Ma il tasso non si alza grazie a me. In Italia c’è questo problema: bimbi non ne nascono molti. Forse perché la gente è un po’ stanca. Poi credo ci sia anche un fatto climatico. Anche cibo e ambiente erano molto più naturali e questo certamente influisce sulla riproduzione».

Ma siamo sicuri che sia una buona idea mettere al mondo un figlio in questo Paese?

«Se credi nella vita e fai un figlio come Penelope, sì: ti da la forza di credere nel futuro».

Parliamo del Palio di Siena. Sei nata nella contrada dell’oca: come hai vissuto l’estensione del diritto di voto alle donne nelle assemblee di contrada? 

«Le contrade sono ancora regolate da leggi un po’ medioevali. Comunque è il popolo che fa la contrada. Noi per tradizione popolare escludevamo le donne dal voto, ma era una cosa che ormai faceva ridere. Nel Palio contano molto le tradizioni e anche per me contano molto, però se una non ha senso, non ne ha. C’è stato anche uno scontro perché alcune donne preferivano rimanere escluse».

Per attuare il tuo programma di governo (Disarmo, detassazione beneficenza, abolizione privilegi degli etero e promozione cultura nostrana), chi vedresti bene?

«Io non credo in nessun governo. Nessun partito ha parlato di disarmo totale. Quando qualcuno lo farà io mi schiererò. In questo momento è anche vero che c’è un cambiamento in atto: vediamo cosa succede. Purtroppo tra il dire e il fare, come si sa, c’è di mezzo il mare. Noi si vive ancora con le leggi del dopo seconda guerra mondiale».

Pensi che il nuovo Papa potrebbe aiutare una svolta progressista?

«Appartiene a quella casta lì. Mi può stare simpatico e mi sembra che sia anche informato sulle mie canzoni: oggi leggevo che dice di non aver paura della tenerezza. E anche sul discorso dell’umiltà mi ritrovo perfettamente. Non è il momento per sfoderare la propria ricchezza: la gente è davvero incazzata. Il Papa però deve seguire quello che per anni hanno fatto in Vaticano. Anche lui qualche difetto mi sembra ce l’abbia. Sarà anche simpatico, ma questo non può cancellare quello che hanno fatto per secoli i fondamentalisti cattolici. Non mi basta un Papa per  dimenticare o risolvere i problemi».

Tra poco verrà eletto il prossimo Presidente della Repubblica. Tu chi vorresti?

«Non lo so, ma mi sembra il momento di una donna».

Un nome in particolare?

«No, oltre a me non so chi».

Sei stata da poco a “Che tempo che fa” per promuovere “Inno”. Volevo sapere se a posteriori la conduzione sanremese di Fazio è stata all’altezza delle tue aspettative.

«A me di Sanremo non è mai fregato niente, all’infuori di quando ero piccola che lo guardavo. Non credo che Sanremo rappresenti la musica italiana, ma solo un modo per vendere dischi. Aiuta gli sconosciuti a farsi conoscere. Per me andare a Sanremo è una cazzata. Che Fabio faccia più o meno la differenza, rimane sempre e solo un carnevale».

In che senso?

«Nel senso che dura una settimana e poi dopo non si capisce mai che succede. Cos’é successo dopo Sanremo, quest’anno? Niente. Va bene, ha vinto Mengoni che senza il Festival magari non avrebbe avuto questo lancio. Diciamo che può essere una grossa opportunità se uno deve farsi conoscere. Ma la musica italiana, quella vera, la vedi e senti ai concerti. Non certo lì».

In “Notti senza cuore” parlavi di “un’urgenza di vivere e furia di sentire”, ce l’hai ancora?

«Anche nel mio ultimo disco, in ogni canzone c’è un po’ di quell’aspetto. Magari la furia, ormai, non è più la stessa. Oggi penso che la vita dovrebbe un po’ rallentare. Più vai al sud e più sei rallentato. E a me piace il sud. Bisogna rallentare qualche volta, sennò schianti».

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