Martino Corti: da Mara Maionchi ai monologhi pop

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martino-corti-…-monologhi-pop/ ‎Un altro talento senza talent (show). Anche se di show ne fa di bellisimi. Lui è Martino Corti. Ex pupillo di Mara Maionchi, prima che lei sbarcasse su Canale 5. Ha aperto i concerti dell’ultimo tour de I Nomadi, provato Sanremo. Più volte. Ma sta ancora aspettando il suo treno. Nel frattempo scrive belle canzoni e gustosi Monologhi pop. Prodotto da Cimice, etichetta indipendente. E non per modo di dire. Mai banale, il giovane cantautore milanese è pieno di cose da dire. E da raccontare. Emozioni e terrene frustrazioni da condividere, ma senza frustrazione. Come? Con “Viaggio negli spazi live tour”, spettacolo di Monologhi pop: Le cose non contano nulla (info: www.martinocorti.it).

A pochi giorni dall’uscita del suo disco “Le cose non contano nulla-monologhi pop vol.1″  ho incontrato Martino Corti e mi sono fatta raccontare un po’ di cose su come gira il mondo della musica per chi ci sta ancora provando. E su di lui.

Arrivi dalla Premiata Ditta Maionchi, ma non hai sfondato. Cosa non è andato?

«Non avevo ancora capito come condividere il mio pieno. Non rinnego nulla di quello che ho fatto, ma ero un po’ acerbo. Alla ricerca di me stesso. Come se stessi in un limbo artistico, quindi forse non ero così credibile. Molto di quello che ho fatto più che venire da me, arrivava da Sandro Mussida (produttore con cui ha scritto il primo disco Stare quindr)».

In poche parole non credevi in ciò che scrivevi?

«Ci credevo molto. Ma non mi apparteneva al 100 per 100 come quello che scrivo ora. Credo che questo sia stato il motivo principale del mancato successo».

Da questa consapevolezza nasce l’evoluzione di oggi: monologhi pop?

«Adesso ho capito quello che voglio fare da grande e ho trovato questo modo per condividere quello che ho dentro. L’ho chiamato Monologhi pop, appunto. Ovvero l’unione di monologhi e canzoni in uno spettacolo che si chiama Le cose non contano nulla. Dunque una parte teatrale e una musicale, attraverso le quali cerco di parlare e arrivare alla gente: raccontanto storie di tutti usando l’ironia e alternando profondo a superficiale».

Potrebbe ricordare un po’ la formula di Gaberiana memoria: non temi un paragone impossibile da sostenere?

«L’unico confronto che può esserci tra Giorgio Gaber e me è che anche io di secondo nome mi chiamo Giorgio».

Dunque hai lasciato la scuderia?

«Ho lasciato la scuderia molto serenamente. Anche loro immagino ne avessero un po’ pieni i coglioni di me. Ora mi produce  e promuove una nuova etichetta indipendente che si chiama Cimice. E lo fa in modo non ortodosso».

In che senso?

«Pensiamo che il sistema che ha funzionato per più di 50 anni, quello tradizionale che passa per radio, tv e giornali cartacei, per quanto riguarda gli artisti emergenti non funzioni più. Le novità, ad esempio, difficilmente vengono passate in radio, anche perché con la crisi nessuno ha più voglia di scommettere e rischiare. Quindi, se uno non fa un talent-show è molto difficile che emerga. Il nostro approccio si basa sul ritorno al contatto umano, con la gente. L’etichetta continua con la promozione tradizionale dell’artista attraverso radio e giornali, ma non dipende da quello. Il nostro progetto può crescere anche senza passare dai giornali o da Sanremo, certamente  più lentamente. Può funzionare a prescindere dalle risposte dei grandi media. Continuiamo a chiedere le interviste ai giornalisti, a chiedere di passare i pezzi di Martino Corti in radio e loro continuano a non cagarci. Ma il nostro progetto pian piano cresce».

Da cosa lo vedete?

«Dall’energia della gente che viene alle tappe del mio tour milanese. Organizzate in spazi intimi, dove spesso il sold-out è 20/30 persone. Ma meglio poca gente coinvolta che viene per ascoltare te, piuttosto che 60.000 a cui non frega niente».

A proposito: tu hai aperto nel 2010 le date del tour de I Nomadi. Lì suonavi davanti a migliaia di persone. Ora ti frustra farlo per una trentina?

Tutt’altro. Perché le poche che vengono ora, lo fanno per ascoltarmi. Quando aprivo il concerto dei Nomadi, la gente era lì per sentire loro. Anche se fortunatamente gli piaceva anche la mia musica».

La tua etichetta è di Camilla Salerno. Figlia di Mara Maionchi e tua fidanzata, giusto? Cosa rispondi a chi grida allo scandalo?

«Sì, Camilla ed io siamo compagni anche nella vita, speriamo duri a lungo. Lo scandalo sarebbe se stessi con Mara Maionchi».

Già…

«E nonostante tutte queste connessioni, sono la dimostrazione che pur stando, in tutti i sensi, con la figlia di Mara Maionchi ancora in pochissimi sanno cosa siano i miei Monologhi pop».

Date un’occhiata (e un’orecchiata) all’unica canzone in inglese dello spettacolo “True as we were born”. Se andrete a vederlo capirete il perché di questo tocco anglosassone.

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