Nanni Svampa: grazie a Brassens ho portato il milanese in Europa

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Svampa e BrassensSu quella sponda del Lago Maggiore, località Porto Valtravaglio, in una stradina stretta che quasi non la noti, non immagineresti di poter trovare la memoria storica e l’apologeta di un vero e proprio bilinguismo. Non quello di moda adesso che intercambia veloce l’italiano con l’inglese o il rivendicativo altoatesino. No. Quello di Nanni Svampa è un bilinguismo più nostrano, che unisce divertito il dialetto, quello milanese, all’italiano. Nutrito dalla linfa di musica e poesia del francese di George Brassens.

Siamo andati a trovarlo, Nanni Svampa. In quella via stretta. Siamo entrati in casa sua e lì ci siamo fatti raccontare del suo nuovo libro “Attenti al gorilla“,  scritto a quattro mani con il Prof. Mario Mascioli, «il francesista della coppia», delle sue traduzioni, di Fabrizio De Andrè e di questa sua passione per Brassens, lunga una vita.

«Ho ascoltato il primo disco a casa di una mia amica nel ’59. Si capiva poco per via di quella sua pronuncia del sud e di quel linguaggio tutto suo. Ma ho cominciato ad amarlo», inizia a raccontare Svampa. «Sono andato a fare il militare con questa cotta, la sera stavo sul tavolo del colonnello a tradurre, finché mi trovava addormentato con la chitarra».

Un innamoramento iniziato a vent’anni che lo ha accompagnato e ispirato per tutta la vita. Fino a qui. «Ho sempre tradotto e cantato le canzoni di Brassens sia in milanese che in italiano. In molti lo hanno fatto, tra i primi De Andrè. Ma questo libro fornisce la traduzione letterale dei suoi testi. Oggi Brassens è considerato il più grande poeta del 900, al di là della musica. Il fatto che ci abbia tramandato il suo patrimonio poetico attraverso le canzoni fa sembrare che si stia parlando solo di quello. Ma qui si sta parlando di poesie. Ho voluto, quindi, dare uno strumento di conoscenza e di studio su quello che aveva scritto».

Lo scopo? «Farlo conoscere più da vicino, affinché giovani, e non, possano apprenderlo. Chi ha conosciuto Brassens parzialmente attraverso le nostre traduzioni, con questo libro potrà farlo completamente. Dovrebbe diventare un testo universitario. Insieme a Leopardi, un po’ di Brassens non farebbe male».

Attenti al gorilla” (delle tante canzoni è stata scelta questa per nominare il libro «perché è più titolo, stimola interesse») è il risultato di un lavoro certosino durato un anno, gomito a gomito con Mascioli, non senza le immaginabili difficoltà traduttive che un’impresa del genere richiede.

«La traduzione letterale ha difficoltà che chi traduce conosce bene. La letteralità assoluta da un’altra lingua non esiste, perché non puoi trasferirne il substrato storico, letterario, i modi di dire. Cerchi di essere il più fedele possibile, ma tante cose sono intraducibili, hanno bisogno di una piccola reinvenzione. Senza contare che Brassens si è creato una lingua fatta di riferimenti mitologici, letteratura francese, gergo del sud o del nord, usanze, giochi di parole e proverbi. Un esempio? «In francese quando uno vuol “fare il passo più lungo della gamba”, dice: “scoreggiare più alto del proprio culo”. C’è una canzone (“I funerali di una volta“, ndr) dove si parla di quelli che vogliono farsi i funerali di lusso e la traduzione letterale sarebbe: “si fanno la bare più alte del culo”. Che detta così non ha alcun senso. Ho passato giorni a pensare come renderlo. È venuto fuori: “il passo più lungo della bara”. Questi sono i compromessi», spiega il filologo Svampa.

Il discorso cambia se la traduzione evade dalla letteralità, tant’è che «le mie traduzioni milanesi son state percepite come se fossero nate sul naviglio, da quanto erano autonome».

La grande forza e genialità di Nanni Svampa è stata proprio quella di riadattare le storie francesi del grande Brassens al suo contesto: Milano. Riuscendo, però, a non modificarne mai il significato. Il gorilla è uno dei classici brani che aveva problemi di traduzione, non solo in termini poetici. «Quella canzone nasce in Francia negli anni ’50 quando c’era la pena di morte. Quindi la vendetta contro il magistrato di cui parla Brassens (“gridava come quel tale a cui aveva fatto tagliare il collo”), è contestualizzata a quel momento storico. Stesso vale per “Dans l’eau de la claire fontaine“, “Nell’acqua della chiara fontana“. La traduzione, così, è concettualmente sbagliata. Chi è che faceva il bagno in una fontana, da noi? Solo Anita Eckberg ne “La dolce vita“. Visto che la fontana è anche fonte, nella mia traduzione ho ricreato un clima bucolico e una ragazza che fa il bagno “nell’acqua  del laghetto”, per dare un senso all’immagine».

Qui appare chiaro un riferimento critico alle traduzioni De Andreiane.

E lui, che il grande Faber lo conobbe quando era ancora piccolo e suonava nei salotti bene di Genova, racconta: «La sua opera artistica ha grandissimo valore. Ma aveva un carattere strano. Lo invitai alla manifestazione europea per il decennale della morte di Brassens, al Teatro lirico. Mi fece chiamare all’ultimo da una persona che mi disse che era stanco e andava in Sardegna. La sua riconoscenza per Brassens neanche in quel momento ebbe un grande slancio».

In ogni caso la considerazione generale sul lavoro che ha portato Brassens fino ai luoghi più popolari della Milano degli anni ’60, quando il dialetto era ancora una lingua viva, fa nascere spontanea la riflessione sull’importanza che il dialetto stesso, destinato a estinguersi col passare degli anni, ha avuto nella creazione di ciò che siamo oggi. «La lingua milanese era viva e vissuta, nel cabaret è rimasta per anni. La mia operazione è stata rendere europeo il milanese. Il dialetto è una lingua. Tanto che per me usarlo è diventato un esercizio letterario. Solo che a un certo punto hanno iniziato a  chiamarlo così, dialetto appunto, in modo dispregiativo, tutti i poteri centrali della nostra storia. Dai Savoia a Mussolini, ai grandi partiti del dopo guerra. Una tendenza statalizzante che ha finito per sopprimerlo. Ed è un vero peccato perché parliamo di una lingua con tanto di poesie e drammaturgia. Conoscerne la letteratura, stimolati dalle canzoni, è importante tanto quanto conoscere quella inglese o studiare il latino. Sono patrimoni che appartengono al nostro retroterra culturale».

Tante cose sono cambiate dai tempi del successo di Svampa e dei suoi “Gufi“. Lui osserva. Non nasconde disgusto per come gira il mondo in cui vive ora. Se i bersagli di Brassens un tempo erano poliziotti e giudici, oggi sarebbero probabilmente «i leader populisti e credo l’incapacità della gente di indignarsi, questo assopimento generale», spiega Svampa con una punta di amarezza.

Lui, precursore, che già ai tempi dello scandalo del Banco Ambrosiano cantava brani come “La canzone di Sindona” o “Lo scroc dei finanzieri“, oggi guardando i più recenti, da Unipol a MpS, rimane immobile, quasi arreso agli inesorabili corsi e ricorsi della storia di Vichiana memoria. «Io quelle cose le ho scritte sperando di migliorare la coscienza della gente. Ma tanto non è cambiato niente. Non serve a un cazzo fare le canzoni».

 

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