Natale a New York: le cose che non dimenticherò mai

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New_York_Il_SuperfluoCose che non dimenticherò mai di New York.

1) Il freddo suino che fa a dicembre (non importa se non è sempre così e ho beccato la settimana svantaggiata).

2) La taxista di Via, un servizio concorrente a Uber -e ai taxi, ovvio- che per valorizzare il concetto di concorrenza, quindi farti spendere meno, non conosceva le strade e ci ha messo circa un’ora per portarci a Brooklyn. Perdendosi nel Queens.

Abbiamo cercato di protestare. Lei ci ha anche risposto, senza macchia: “Go ahead”. Risparmio l’alterco che ne è seguito, anche se meriterebbe.

3) La serpentina di temerari in coda da Urban Outfitters che, un 28 di dicembre qualunque, mi ha fatto demordere e abbandonare la merce che pure avevo provato (non senza una discreta attesa), col dispiacere nel cuore che mi dilaniava da dentro.

4) Il manifesto di tolleranza in calce ai camerini di Urban Outfitters: “All gender fitting room”. E poi: “Open to all person, regardless of geneder, identity or expression”.

In pratica: sai come entri, ma non come esci.

 

5) 16 merda di dollari per un bicchiere di Bordeaux. 16 merda di dollari. Un solo bicchiere. Se vivessi a New York, mi ubriacherei di meno.

6) 60 (merda di dollari) per una colazione a Le pain quotidien, composta da: una ciotola di yogurt color viola a base di latte di cocco con della frutta mal disposta sopra, un piatto con 1 uovo sodo, 3 fette di salmone e 2 fette di pane, 1 muffin a base di semi di chia che fanno bene e 4 caffè. 60 (merda di) dollari.

Se vivessi a New York sarei più magra. Oppure, non andrei a fare colazione a Le pain quotidien.

 

7) A proposito di caffè: gli americani sono stati per primi sulla luna, ma non sanno farne uno decente. In America fa schifo persino il caffè americano.

Che poi io dico: ora che ci sono anche le macchinette, ora che la Nespresso ha più punti vendita che cialde, non sarebbe il caso di adeguarsi?

8) Il bidet. A New York, come in troppe altre parti del mondo, non c’è. E anche qui, ribadisco: vi siete presi la luna, ma cosa vi costa montarci dei bidet almeno negli alberghi?

9) In compenso, a New York c’è il wifi dappertutto. Gratuito. Dappertutto. Che sembra un’inezia, ma ai tempi della dipendenza compulsiva da telefono smart, non lo è per niente. Santo wifi.

10) La quantità di nipponici iper tecnologicizzati che, al Moma, si accalcano davanti al Cielo stellato di Van Gogh spintonandosi con la violenza di un match di wrestling. Che dico: di sumo.

11) “Hey, how are you”. Lì da loro, ti chiedono come stai anche se non gliene frega una mazza. Una specie di intercalare, tipo le bestemmie a Bergamo. Bisogna rispondere: “Fine (fain) and you”. Loro a quel punto non ti rispondono più perché non gliene frega una mazza. Come di Dio a Bergamo.

12) Lo spinning.

A New York è una religione, tipo Scientology.

Esistono palestre dedicate. Una lezione di 45 minuti: 34 (merda di) dollari. Se vivessi a New York, oltre a non fare colazione a Le pain quotidien, forse non farei nemmeno spinning. Anzi,sì: spinning lo farei perché quei 3 quarti d’ora al buio, con la musica sparata nelle orecchie, accerchiata da invasati super tonici che si muovono all’unisono in nome del culo sodo, sono stati una delle cose più divertenti che mi siano capitate nel 2017.

Che vita di merda, direte di voi. Si fa quel che si riesce, risponderei io che non ho nemmeno il culo sodo.

 

Ps: sono tornata a Milano. Il mio wifi Fastweb (coi quali sto protestando da mesi e mesi, senza soluzione) funziona malissimo, ma mi son già bevuta almeno 5 Nespresso.

 

 

 

 

 

 

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